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di Ippolito Edmondo Ferrario

Sul finire dell' estate del 1587 a Triora, millenario borgo di montagna del Ponente ligure, tirava una brutta aria; da circa due anni la gente non aveva piu' di che sfamarsi e nel giro di pochi giorni alcune donne che abitavano alla periferia del paese furono ritenute responsabili di questa presunta carestia. L' accusa? Essere streghe, o meglio bagiué, secondo il dialetto locale. Queste sono le premesse con le quali ha inizio uno dei piu' feroci processi alle streghe in Italia, per nulla inferiore in quanto a drammaticita' a quelli di Loudun e di Salem, rispettivamente in Francia e in America. All' epoca dei fatti, Triora era un borgo fortificato al centro di intensi traffici commerciali tra il Piemonte, la costa e la vicinissima Francia. Politicamente dipendeva da Genova, di cui era podesteria, difesa da ben cinque fortezze al cui interno era di stanza una guarnigione di soldati della Repubblica. Nell' ottobre del 1587 il Parlamento locale, composto per lo piu' da persone rozze e ignoranti, con il beneplacito del Consiglio degli Anziani e del Podesta', stanzio' cinquecento scudi per imbastire un processo; una cifra enorme in relazione alla condizione economica del borgo stesso. L' autorita' ecclesiastica non tardo' a intervenire; giunsero infatti il vicario dell' Inquisitore di Genova e il vicario dell' Inquisitore di Albenga, Gerolamo Del Pozzo. La prassi del tempo consisteva nel celebrare messa nella chiesa parrocchiale, invitando il popolo alla delazione. Il processo di Triora non stupisce inizialmente per il suo corso che ricalca nella sostanza molti altri con tutte le ripercussioni del caso. Si confiscarono alcune abitazioni private da adibire a prigione e non tardarono ad arrivare le prime vittime della giustizia: tra le prime venti donne incarcerate morirono la sessantenne Isotta Stella e un' altra donna, quest'ultima nel tentativo di calarsi da una delle finestre del carcere. Di streghe morte la storia ne e' piena, ma cio' che lascia perplessi e' l'evolversi della situazione. Il Consiglio degli Anziani, essenzialmente composto dai proprietari terrieri, mostro' le sue perplessita' verso il processo quando le prime "matrone" di Triora furono incarcerate. La delazione, gli odi e le invidie personali stavano dilagando a tal punto da mettere sullo stesso piano, di fronte alla macchina della giustizia, le nobildonne come le prostitute e le emarginate che "sopravvivevano" alla Cabotina, un quartiere composto da misere abitazioni, vista precipizio, che si ergeva all'esterno delle mura del paese.I due inquisitori non riuscirono a concludere il processo causa il repentino allargamento delle accuse a tutto il tessuto sociale.

Il dramma di Triora era solo all'inizio. Il governo di Genova intervenne personalmente nella questione. Il vescovo di Albenga, Mons. Luca Fieschi chiese spiegazioni al Del Pozzo sul suo operato attraverso una missiva. Tra i due inizio' un breve rapporto epistolare che non cambio' la sorte delle donne incarcerate ancora in attesa di giudizio.Il Del Pozzo sosteneva la presenza del Maligno come elemento portante della sua difesa; contemporaneamente anche il Consiglio degli Anziani ritiro' le proprie perplessita' precedentemente espresse riaffermando il proprio appoggio all'operato degli inquisitori.

Gli storici ipotizzano una rassicurazione verbale da parte di Del Pozzo sulla sorte delle nobildonne e su una sua promessa di non estendere le accuse ai notabili del posto. Nel frattempo pero' il processo subi' un rallentamento; nel gennaio del 1588 i due inquisitori partirono da Triora, lasciando dietro di sé una situazione drammatica. Da qui in poi e' un susseguirsi di lettere al governo genovese e richieste di aiuto che cadono inascoltate.

Il Parlamento locale, iniziale fautore del processo, muto' rapidamente opinione, incaricando il notaio triorese Basadonne di scrivere a Genova per chiedere una rapida revisione del processo. Si attese fino a maggio per ottenere la visita inconcludente del padre inquisitore Alberto Fragarolo che dopo qualche interrogatorio lascio' Triora senza risolvere la situazione, esattamente come i suoi predecessori. Nel mese di giugno arrivo' l'autentica svolta della vicenda, quella che nessuno pero' si sarebbe augurato. Il giorno 8 giunse a Triora, mandato da Genova, il commissario speciale Giulio Scribani, gia' Pretore a San Romolo, paese dell'entroterra di San Remo. Un mese dopo, in una sua lettera a Genova, lo Scribani affermava in maniera inquietante di essere giunto a Triora "per smorbar di quella diabolica setta questo paese che resta quasi per tal conto tutto desolato". Nel frattempo avvenne un avvicendamento di podesta'; Stefano Carrega lascio' il posto a Gio Batta Lerice. Lo Scribani per prima cosa invio' nelle carceri genovesi tredici donne e il solo uomo che giacevano nelle prigioni trioresi al suo arrivo. Da qui in poi sara' un escalation di arresti e torture.

Nei mesi successivi lo Scribani imperverso' in tutta la zona aprendo nuovi casi e facendo morire donne innocenti. Per l'ennesima volta si verifico' un colpo di scena: di fronte alla richiesta del via libera per decine di condanne a morte, il Doge inizio' a nutrire i primi dubbi sull'operato del commissario. Perplessita' che sfociarono in una richiesta allo Scribani di attenersi alle confessioni e soprattutto di provarne la veridicita' con riscontri reali e plausibili. Il richiamo cadde nel vuoto. Lo Scribani era ormai un cane sciolto. Genova affido' la revisione del processo all'uditore e consultore Serafino Petrozzi che sottolineo' come lo Scribani si fosse interessato a reati connessi alla stregoneria, materia di esclusiva competenza dell'Inquisizione. Ma anche il Petrozzi concluse la sua relazione dicendo che la questione era troppo delicata e la possibilita' di commettere errori elevata. In pratica se ne lavo' le mani. Lo Scribani nel frattempo continuava a incarcerare donne e a difendersi dalla critiche con numerose lettere.

Genova, seguendo una tragica prassi burocratica, affianco' al Petrozzi due giureconsulti: Giuseppe Torre e Pietro Allaria Caracciolo.La situazione divenne paradossale: i due nuovi revisori dopo una breve analisi del caso si dichiararono concordi con lo Scribani e convinsero anche il Petrozzi.Lo Scribani si senti' cosi' autorizzato a proseguire; a Triora e nei borghi confinanti come Andagna, Bajardo, Montalto Ligure si registrarono le morti di tante innocenti.

Prima di vedere uno spiraglio si dovranno attendere mesi. Lo Scribani per il suo scellerato operato subi' la scomunica da parte dell' Inquisizione stessa, rimessagli poi, per intervento del Doge, il 15 agosto 1589.Il 28 aprile 1589 fu la Chiesa a dare un segnale di speranza concreto: i cardinale Sauli e quello di Santa Severina, fecero giungere l'ordine di chiudere i processi e per la prima volta, come si legge nella loro missiva, le streghe di Triora vennero chiamate "sudditi della Signoria" restituendo, almeno a parole, dignita' alle innocenti. Nel frattempo altre due donne passarono a miglior vita; il 27 maggio tocco' al Doge lamentarsi con il Cardinale Sauli del fatto che ancora non si fosse fatto niente. Solo il 28 agosto il Cardinale di Santa Caterina confermo' la volonta' dell'Inquisizione di chiudere i processi. E cosi' la parola fine fu posta a sigillo dell'intera vicenda.

Che fine fecero le streghe di Triora? Morirono in carcere o furono liberate? Da qui in poi il loro triste destino sprofonda nell'oblio del tempo per la mancanza di documenti.

Sulla fine della vicenda gli storici si sono espressi in maniera differente. Alcuni sostengono che le donne rinchiuse a Genova furono liberate: la prova sarebbe leggibile nei registri parrocchiali di San Martino di Struppa, paese della Val Bisagno, a quel tempo colonia penale di Genova. Dal 1600 in poi compare il cognome Bazoro e Bazura che richiama inequivocabilmente bagiua, termine con il quale sono chiamate le streghe a Triora.

Su quelle incarcerate a Triora si sa ben poco. Alcuni ipotizzano che siano state liberate e che abbiano partecipato alla costruzione di quel convento di San Francesco i cui lavori iniziarono nel 1592 e terminarono nel 1595.

Al di la' della drammaticita' della vicenda le ipotesi piu' recenti sul processo hanno portato all'esame di alcune grandi anomalie che farebbero pensare che dietro all'accusa di stregoneria, il grande processo servi' a nascondere situazioni al limite della legalita' che vedevano il coinvolgimento delle stesse famiglie nobili di Triora.

Ecco qui di seguito alcuni punti sui quali gli storici si sono soffermati in questi anni:

- Per anni la causa del processo fu imputata ad una carestia che perdurava dal 1585; cio' sembrerebbe improbabile, vista la nomea di "granaio della repubblica" che Triora godeva a quei tempi. Si e' pensato quindi ad una manovra speculativa dei latifondisti trioresi interessati all'innalzamento del prezzo delle derrate alimentari da rivendere a Genova, derrate pero' che non riuscivano piu' ad essere acquistate dai propri concittadini. In questo caso le streghe sarebbero state un capro espiatorio perfetto.
- Tra le accuse mosse alle streghe compare spesso quella di infanticidio. Dall'analisi del Liber Mortuorum et Baptizatorum di quegli anni non si rileva un innalzamento della mortalita' infantile. L'ipotesi piu' credibile e' quella della presenza di esperte levatrici che spesso si vedevano costrette a somministrare battesimi non ufficiali prima di dare sepoltura ai bambini nati morti, a loro volta sepolti sul sagrato della chiesa di S. Bernardino. Questa diffusa pratica, mal tollerata dalla religione ufficiale, potrebbe essere una delle cause dell'odio scatenato verso queste donne che conoscevano le proprieta' curative delle erbe medicinali.

- Significativa e' la figura del medico di Triora, tale Luca Borelli, che fino alla fine del processo sostenne l'operato degli Inquisitori, anche quando a finire negli ingranaggi della giustizia fu la sua parente Franchetta Borelli. Lo stesso medico, dopo la vicenda, fu accusato nel 1608 di essere il fautore di una cospirazione filosabauda ai danni di Genova.

- Il processo alle streghe potrebbe essere servito a distrarre l'attenzione da un processo che in quegli anni riguardo' il canonico di Triora Marco Faraldi, giudicato in contumacia e accusato di falsa monetazione e ricerche alchemiche.

In definitiva un'oscura trama di rapporti politici, economici e interessi personali fa da sfondo ad una delle pagine piu' nere della nostra storia.

 Il caso di Franchetta Borelli

In questo dramma collettivo rimane viva negli atti, conservati presso l'Archivio di Stato di Genova, la testimonianza di Franchetta Borelli sottoposta dallo stesso Scribani a piu' di un giorno di tortura al cavalletto.
Franchetta apparteneva a una delle famiglie nobili di Triora; le cronache del tempo parlano di lei come di una donna bella e ricca, non sposata, e che in gioventu' era stata una prostituta. Chiamata in causa da altre donne, Franchetta venne torturata una prima volta per una notte durante la quale confesso' alcune accuse, ma successivamente si chiuse nel silenzio. Grazie all'intervento del suo avvocato e alla parola del fratello Quilico, pronto a sborsare una somma di mille scudi come cauzione, le furono concessi gli arresti domiciliari. Lo Scribani non era sicuro dell'innocenza della donna, ma accetto' il compromesso. Senonche' Franchetta tento' la fuga da Triora, costringendo il fratello a versare la somma e facendo rischiare il carcere a un tale di nome Buzzacarino che aveva garantito per lei. Franchetta decise allora di tornare a Triora per affrontare il proprio destino. La sua dolorosa odissea nelle mani dello Scribani ebbe inizio; ore e ore di continui tormenti durante cui la presunta strega dira' emblematicamente "Io stringo i denti e poi diranno che rido". In ventuno ore e piu' di supplizio Franchetta alterno' momenti di sconforto e di silenzio a pensieri innocenti, rivolti al suo amato borgo e ai suoi familiari. Si offri' di riparare le scarpe rotte a un suo parente che la assisteva e si preoccupo' del vento freddo che soffiava fuori dalla prigione, nocivo alla maturazione delle castagne. L'epilogo della vicenda di Franchetta diventa oscuro per mancanza di documenti certi. Un solo dato fa sperare bene sulla sua sorte. La presunta strega mori' il 2 gennaio 1595, diversi anni dopo il processo. Fu seppellita in terra consacrata, nella chiesa dei SS. Pietro e Marziano, fuori dalle mura, edificio che gia' allora pero' iniziava ad essere abbandonato in favore della chiesa della Collegiata.

Un processo sepolto nella storia

Il processo di Triora venne per la prima volta riesumato dallo storico Michele Rosi nel suo libro "Le streghe di Triora in Liguria" pubblicato nel 1898 e successivamente da Siro Attilio Nulli ne "I processi alle streghe" del 1939. I due studiosi ebbero il merito di analizzare gli atti del processo conservati all'Archivio di Stato di Genova.Si dovettero aspettare alcuni anni per avere nuovi saggi, piu' ampi e approfonditi. Primo fra tutti a riportare il processo alla ribalta, intuendone anche le potenzialita' turistiche, fu Padre Francesco Ferraironi, parroco di Triora, e suo insigne studioso. Nel 1955 pubblico' "Le streghe e l'inquisizione" e nel 1973, insieme alla nipote Amabile, il volume "Streghe o maliarde". Costui, prima del 1945, ebbe l'opportunita' di consultare l'archivio comunale di Triora nel quale si conservavano le testimonianze del processo. Nello stesso anno l'archivio fu dato alle fiamme dai nazisti che fecero saltare parte del paese durante la loro ritirata.
Da segnalare l'influsso che Triora, con le sue vicende, ha esercitato in campo letterario: ai fatti del 1587 si ispirarono gli scrittori Remo Guerrini (La strega) e Minnie Alzona (La strega).Negli ultimi anni diversi saggi hanno scandito le ricerche sul processo: da ricordare quelli di Gian Maria Panizza, Sandro Oddo, Stefano Moriggi. A breve, nel cuore di Triora, in quello che fu Palazzo Stella, aprira' i battenti il Centro Studi Internazionale sulla Stregoneria. Dal 1988 il borgo ligure ospita ogni quattro anni il Convegno Nazionale sulla Stregoneria.

Curiosita' e misteri

Il nome Triora deriverebbe dal latino "tria ora", cioe' "tre bocche", esattamente come le tre bocche di cerbero, il cane infernale posto a guardia degli inferi e raffigurato sullo stemma comunale di Triora.Secondo la tradizione la chiesa della Collegiata sorgerebbe su un precedente "fanum" pagano.Nei pressi di Triora, al passo della Mezzaluna, si erge un antichissimo "menhir", testimonianza di precedenti culti pagani.Nella chiesa romanica di S. Bernardino e' visibile un affresco di Giovanni Canavesio raffigurante un Giudizio Universale con tanto di streghe ed eretici fatti a pezzi e bambini, morti senza ricevere il battesimo, posti sotto le gigantesche ali da pipistrello di un demone.