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A grande richiesta pubblichiamo il famoso opuscolo di Hagbard Celine.

Una volta ho orecchiato due botanici mentre discutevano a proposito di una Cosa Dannata che era oscenamente sbocciata in un prato dell’università. Uno sosteneva che la Cosa Dannata era un albero, l’altro dichiarava trattarsi di un arbusto. Ciascuno avanzava ottimi argomenti da stuidoso, e li lasciai che stavano ancora discutendo. Il mondo fa sbocciare in continuazione Cose Dannate, cose che non sono né alberi, né arbusti, né carne, né pesce, bianche o nere, e il pensatore categorico può solo considerare il mondo ronzante e aguzzo del dato sensoriale come un profondo insulto al suo sistema di classificazioni. I peggiori sono quei dati che violano il “buon senso”, quel tetro pantano di pigro pregiudizio e fangosa inerzia. L’intera storia della scienza è l’odissea di un archivista picchiato in navigazione perpetua tra queste Cose Dannate, costretto disperatamente a far ballare le sue classificazioni per poterle includere, esattamente come la storia della politica è futile epica di una lunga serie di tentativi d’allineamento delle Cose Dannate, per farle marciare in plotoni.

Ogni ideologia è un assassinio mentale, una riduzione dei processi viventi dinamici a classificazioni statiche, e ogni classificazione è una Dannazione, così come ogni inclusione è un’esclusione. In un universo affollato, ronzante d’energia, dove non esistono due fiocchi di neve identici, due alberi identici o due persone identiche, e la più piccola particella subatomica, così ci assicurano, non è identica a se stessa da un microsecondo all’altro, qualsiasi sistema di classificazione è una bugia raccontata a se stessi. “O, per metterla in modo più caritatevole” come dice Nietzsche, “siamo tutti artisti migliori di quanto non crediamo”.

E’ facile capire come l’etichetta “ebreo” fosse una Dannazione nella Germania nazista, ma in realtà l’etichetta “ebreo” è una Dannazione dappertutto, anche dove l’antisemitismo non esiste. “E’ un ebreo”, “è un dottore” ed “è un poeta” significano, per il centro di catalogazione nella corteccia celebrale, che la mia esperienza con lui sarà come la mia esperienza con altri ebrei, altri dottori e altri poeti. Quindi, l’individualità è ignorata quando asseriamo l’identità.

Osservate il meccanismo in azione a una festa, o in una qualsiasi occasione in cui degli estranei s’incontrino. Dietro alle aperture amichevoli c’é sempre circospezione mentre ciacuno fruga in cerca dell’etichetta che identificherà e Dannerà l’altro. Alla fine si rivelerà: “Oh, è un copy in pubblicità”, “Oh, è un tornitore”. Entrambe le parti si rilassano perché adesso sanno come comportarsi, quali ruoli giocare nella partita. Il 99 per cento di ciascuno è stato Dannato; l’altro reagisce all’1 per cento che è stato registrato dall’etichettatrice.

Certe Dannazioni sono intellettualmente e socialmente necessarie, questo è ovvio. Una torta alla panna lanciata in faccia ad un comico viene Dannata dal fisico che l’analizza secondo le leggi newtoniane del moto. Queste equazioni ci dicono tutto quanto vogliamo sapere sull’impatto della torta con la faccia, ma nulla sul significato umano del lancio. Un antropologo culturale, analizzando la funzione sociale del comico come sciamano, buffone di corte e surrogato del re, spiega il lancio di torte come sopravvivenza del Festival dei Folli e dell’assassinio del gemello del re. Ciò Danna l’argomento in un’altra maniera. Uno psicanalista, scoprendovi un rituale di castrazione edipica, ha seguito una terza Dannazione, e il marxista, che ci vede uno sbocco alla rabbia repressa dei lavoratori contro i padroni, esegue la quarta. Ciascuna Dannazione ha i suoi valori e i suoi usi, ma è sempre una Dannazione a meno che non venga riconosciuta la sua natura, parziale e arbitraria. Il poeta che paragona la torta in faccia al commediante, al declino dell’occidente o al suo perduto amore, commette una quinta Dannazione, ma in quersto caso almeno l’elemento del gioco e la capricciosità del simbolismo sono ovvi Vorremmo sperarlo, per lo meno. Ogni tanto leggere i Nuovi Critici fa sorgere qualche dubbio su questo punto.

La società umana può essere strutturata secondo il principio d’autorità, oppure secondo il principio di libertà. L’autorità è una configurazione sociale statica nella quale le persone agiscono da superiori o inferiori: un rapporto sadomasochistico. La libertà è una configurazione sociale dinamica nella quale le persone agiscono da uguali: una relazione erotica. In ogni interazione tra persone, il fattore dominante è l’Autorità oppure la Libertà. Famiglie, chiese, logge, club e corporazioni, o sono più autoritarie che libertarie, oppure sono più libertarie che autoritarie. Man mano che procediamo diventa palese che la forma d’autorità più pugnace e intollerante è lo Stato, che anche oggi osa assumere un assolutismo che la Chiesa stessa è stata costretta ad abbandonare da molto tempo, e che fa rispettare l’obbiedienza con le antiche e vergognose tecniche dell’Inquisizione. Ogni forma di autoritarismo, però, è un piccolo “Stato”, anche se ha una popolazione di due persone. Il commento di Freud a proposito del fatto che l’illusione di un singolo è nevrosi, mentre l’illusione di molti è religione, può essere generalizzato: l’autoritarismo di un singolo è crimine e l’autoritarismo di molti è lo Stato. Benjamin Tucker scrisse piuttosto acutamente:

“Aggressione” è solo un altro nome di “Governo”. Aggressione, invasione governo sono termini interscambiabili. L’essenza del governo è il controllo, o il tentativo di controllare. Chi tenta di controllare un altro è un governante, un aggressore, un invasore; e la natura di tale invasione non è cambiata, che venga commessa da un uomo verso un altro, alla maniera del criminale comune, da un uomo su tutti gli altri, alla maniera dei monarchi assoluti, o da tutti gli altri uomini su uno solo, alla maniera della moderna democrazia”.

L’uso della parola “invasione” da parte di Tucker è assa stessa molto precisa se consideriamo che scriveva più di cinquant’anni prima delle scoperte fondamentali dell’etologia. Ogni atto d’autorità è, in effetti, un’invasione del territorio fisico e psichico dell’altro.

Ogni fatto scientifico era Dannato, un tempo. Ciascuna invenzione veniva considerata impossibile. Ciascuna scoperta era uno choc nervoso per una qualche ortodossia. Ogni innovazione artistica veniva denunciata come frode e follia. L’intera rete della cultura e del “progresso”, tutto ciò che di artificiale esiste sulla Terra e non ci è dato in natura, è la manifestazione concreta del rifiuto a chinarsi davanti all’Autorità. Non avremmo nulla di più, non sapremmo nulla di più e non saremmo nulla di più dei primi ominidi, non fosse stato per il ribelle, per il recalcitrante e per l’intransigente. Come disse benissimo Oscar Wilde: “La disubbidienza era la Virtù Originale dell’uomo”.

Il cervello umano, che adora leggere descrizioni di se stesso che magnificano il più meraviglioso organo di percezione dell’universo, è un ancor più meraviglioso organo di rigetto. I fatti nudi e crudi del nostro gioco economico sono facilmente appurabili, sono innegabili una volta dichiarati, ma i conservatori (di solito individui che approfittano di questi fatti ogni giorno della propria vita) riescono a restarne ignari, o a vederli attraverso un’ottica estremamente rosea e distorta. (In maniera simile, il rivoluzionario ignora la testimonianza definitiva della storia sul corso naturale della rivoluzione, attraverso la violenza, verso il caos e indietro sino al punto di partenza.)

Dobbiamo ricordare che il pensiero è astrazione. Nella metafora di Einstein, il rapporto tra un fatto fisico e la nostra recezione mentale di quel fatto non è quella del manzo col brodo di manzo, una semplice faccenda di estrazione e condensazione; piuttosto, come continua Einstein, assomiglia al rapporto tra il nostro soprabito e la ricevuta che ci danno quanto lo consegnamo al guardaroba. In altre parole, la percezione umana coinvolge il codificare ancor più del semplice percepire. La griglia del linguaggio, della matematica, di una scuola artistica o di qualsiasi altro sinstema umano d’astrazione fornisce la struttura ai nostri costrutti mentali non del fatto originale, bensì del sistema simbolico all’interno del quale è codificato, esattamente come un cartografo colora una nazione di viola non perché sia viola, ma perchè il suo codice lo richiede. Ma ogni codice esclude certe cose, ne sfuoca altre, e ne accentua in modo sproporzionato altre ancora. Il famoso salto di Nijinskij attraverso la finestra al culmine di Le spectre d’une rose viene codificato meglio dal sistema di note utilizzato dai coreografi, mentre il linguaggio verbale traballa se tenta di trasmetterlo. La pittura o la scultura potrebbero catturare totalmente la magia di un suo singolo istante, ma di uno solo; l’equazione del fisico, Forza=Massa x Accelerazione, ne evidenzia solo un aspetto trascurato da tutti gli altri codici, ma perde tutto il resto. Ogni percezione è influenzata, formata e sfruttata dalle usuali abitudini di codificazione (abituali e mentali) del percettore.

Tutta l’autorità è funzione del codificare, di regole del gioco. Mille e mille volte gli uomini sono insorti per combattere con forconi le armate munite d cannoni, mentre altri si sono chinati docili anche agli oppressori più deboli ed incerti. Tutto dipende dalla misura in cui la codificazione distorce la percezione e condiziona i riflessi fisici (e mentali).

A prima vista parrebbe che l’autorità non potrebbe esistere se tutti gli uomini fossero codardi o se nessuno lo fosse, ma prospera in questo modo solo perché la maggioranza degli uomini è formata da codardi e alcuni sono ladri. In realtà le dinamiche interne della codardia e della sottomissione da un lato, e dell’eroismo e della ribellione dell’altro, vengono di rado comprese consciamente sia dalla classe dominante che dai subalterni. La sottomissione non viene identificata con la codardia bensì con la virtù, la ribellione non con l’eroismo ma col male. Per i proprietari romani di schiavi, Spartaco non era un eroe e gli schiavi obbedienti non erano codardi; Spartaco era un malfattore e gli schiavi obbedienti dei virtuosi. Anche gli schiavi obbedienti ne erano convinti. Chi obbedisce si pensa sempre virtuoso piuttosto che vile.

Se l’autorità implica sottomissione, la liberazione implica uguaglianza; l’autorità esiste quando gli uomini non obbediscono ad altri uomini. Quindi, affermare che l’autorità esiste equivale a dire che esistono casta e classe sociale, che esistono la sottomissione e la disuguaglianza. Dire che la libertà essite significa dire che esiste l’assenza di classi sociali, che esistono la fratellanza e l’uguaglianza. L’autorià, dividendo gli uomini in classi, crea dicotomia, intralcio, ostilità, paura, divisione. La libertà, mettendo gli uomini sullo stesso livello, crea associazione, amalgama, unione, sicurezza. Quando i rapporti sono basati sull’autorità e sulla coercizione, gli uomini si respingono; quando si basano sulla libertà e sulla non-aggressione, si uniscono. Sono fatti assiomatici e di per sé evidenti. Se l’autoritarismo non possedesse la struttura prefabbricata, preprogrammata, priva d’alternative di un Gioco Infinito, da tempo gli uomini l’avrebbero rifiutato abbracciando il pensiero libertario. Il solito piagnisteo pacifista sulla guerra, sui giovani mandati a morire dai vecci che restano a casa a occupare le scrivanie dei burocrati, senza rischiare nulla, manca completamente il punto. Le richieste di reclutare i vecchi per combattere le loro guerre, o di mandare al fronte il primo giorno delle ostilità i capi delle nazioni in conflitto ecc., vengono indirizzate verso un presunto “senso di giustizia” che semplicemente non esiste. Per il tipico cittadino sottomesso di una società autoritaria è normale, ovvio e “naturale” dover obbedire a maschi più vecchi e dominanti, anche a rischio della vita, anche contro la sua stessa gente e anche per acuse che sembrano ingiuste ed assurde.

La carica della brigata leggera, la storia di un gruppo di giovani maschi inviati alla morte in una situazione chiaramente idiota, e solo perché obbedito a un ordine insensato senza fermarsi a pensare, è stata, e rimane, una poesia popolare perché l’obbedienza cieca da parte dei giovani maschi verso i maschi più anziani è il più stimato di tutti i riflessi condizionati all’interno delle società umane e umanoidi.

Il meccanismo con il quale l’autorità e la sottomissione vengono inculcate nella mente dell’uomo è la codificazione della percezione. Ciò che si adatta al codice viene accettato, tutto il resto è dannato. Condannato a essere ignorato, dismesso, trascurato e, qualora tutto ciò fallisse, condannato a essere dimenticato. Una forma peggiore di Dannazione la si riserva a tutte le cose che non possono essere ignorate. Finiscono distorte dai pregiudizi percettivi del cervello finché, talmente incrostate da divenire irriconoscivili, possono essere inserite nel sistema, classificate, schedate, sepolte. E’ quanto accade a ogni Cosa Dannata che si dimostri troppo spinosa e appiccicosa per la scomunica. Come notava Josiah Warren: “E’ pericoloso comprendere troppo rapidamente cose nuove”. Quasi sempre, non le abbiamo comprese. Le abbiamo assassinate e mummificato i loro cadaveri.

Il monopolio dei mezzi di comunicazione piò definire un’élite dominante meglio della famosa formula marxiana del “monopolio dei mezzi di produzione”. Dato che l’uomo prolunga il proprio sistema nervoso attraverso canali di comunicazione come la parola scritta, il telefono, la radio, ecc., chi controlla questi mezzi di controlla parte del sistema nervoso di ogni membro della società. I contenuti di questi mezzi divengono parte del contenuto del cervello di ciascun individuo.

Perciò, nella società preletterate i tabù sulla parola parlata sono più numerosi e draconiani che in qualsiasi altro livello complesso d’organizzazione sociale. Con l’invenzione della parola scritta (geroglifica, ideografica o alfabetica) i tabù si spostano verso questo mezzo; diminuisce la preoccupazione per cosa dice la gente e l’attenzione si sposta su quello che scrive. (Alcune delle prime società a giungere all’alfabetizzazione, quali l’antico Egitto e la cultura maya del Messico, evidentemente conservarono la conoscenza dei geroglifici come segreto religioso di cui erano messi a parte soltanto i massimi gradi delle femiglie reali e sacerdotali). Lo stesso processo si ripete all’infinito: ogni passo avanti nella tecnologia della comunicazione porta con sé tabù più pesanti del precedente. Perciò, nell’America odierna (post-Lenny Bruce), è raro sentir parlare di condanne per oscenità o bestemmie verbali; continuano ancora i porcessi contro i liberi, mai gradi superiori di giudizio interpretano le leggi in maniera liberale, e la maggior parte degli scrittori si sente abbastanza tranquilla di poter pubblicare praticamente di tutto; i film si stanno sconsacrando quasi quanto i libri, sebbene in questo settore la lotta sia ancora accesa; la televisione, il mezzo più recente, rimane ancora imprigionata nei tabù neolitici. (Quando i commentatori televisivi commisero un reato di lèse majesté dopo un discorso del Maschio Dominante dell’epoca, un certo Richard Nixon, uno dei suoi tirapiedi li informò subito che avevano oltrepassato il limite, e l’intera tribù, a parte la minoranza dissidente, applaudì la riconferma della tradizione.) Quando arriverà un mezzo più efficiente, i tabù sulla televisione diminuiranno.

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" I once overheard two botanists arguing over a Damned Thing that had blasphemously sprouted in a college yard. One claimed that the Damned Thing was a tree and the other claimed that it was a shrub. They each had good scholary arguments, and they were still debating when I left them. The world is forever spawning Damned Things- things that are neither tree nor shrub, fish nor fowl, black nor white- and the categorical thinker can only regard the spiky and buzzing world of sensory fact as a profound insult to his card-index system of classifications. Worst of all are the facts which violate "common sense", that dreary bog of sullen prejudice and muddy inertia. The whole history of science is the odyssey of a pixilated card- indexer perpetually sailing between such Damned Things and desperately juggling his classifications to fit them in, just as the history of politics is the futile epic of a long series of attempts to line up the Damned Things and cajole them to march in regiment.

Every ideology is a mental murder, a reduction of dynamic living processes to static classifications, and every classification is a Damnation, just as every inclusion is an exclusion. In a busy, buzzing universe where no two snow flakes are identical, and no two trees are identical, and no two people are identical- and, indeed, the smallest sub-atomic particle, we are assured, is not even identical with itself from one microsecond to the next- every card-index system is a delusion. "Or, to put it more charitably," as Nietzsche says, "we are all better artists than we realize." It is easy to see that label "Jew" was a Damnation in Nazi Germany, but actually the label "Jew" is a Damnation anywhere, even where anti-Semitism does not exist. "He is a Jew," "He is a doctor," and "He is a poet" mean, to the card indexing centre of the cortex, that my experience with him will be like my experience with other Jews, other doctors, and other poets. Thus, individuality is ignored when identity is asserted. At a party or any place where strangers meet, watch this mechanism in action. Behind the friendly overtures there is wariness as each person fishes for the label that will identify and Damn the other. Finally, it is revealed: "Oh, he's an advertising copywriter," "Oh, he's an engine-lathe operator." Both parties relax, for now they know how to behave, what roles to play in the game. Ninety-nine percent of each has been Damned; the other is reacting to the 1 percent that has been labeled by the card-index machine.

Certain Damnations are socially and intellectually necessary, of course. A custard pie thrown in a comedian's face is Damned by the physicist who analyzes it according to the Newtonian laws of motion. These equations tell us we want to know about the impact of the pie on the face, but nothing about the human meaning of pie-throwing. A cultural anthropologist, analyzing the social function of the comedian as shaman, court jester, and king's surrogate, explains the pie-throwing as a survival of the Feast of Fools and the killing of the king's double. This Damns the subject in another way. A psychoanalyst, finding an Oedipal castration ritual here, has performed a third Damnation, and the Marxist, seeing an outlet for the worker's repressed rage against the bosses, performs a fourth. Each Damnation has its values and uses, but is nonetheless a Damnation unless its partial and arbitrary nature is recognized. The poet, who compares the pie in the comedian's face with Decline of the West or his own lost love, commits a fifth Damnation, but in this case the game element and the whimsicality of the symbolism are safely obvious. At least, one would hope so; reading the New Critics occasionally raises doubts on this point.

Human society can be structured either according to the principle of authority or according to the principle of liberty. Authority is a static social configuration in which people act as superiors and inferiors: a sado- masochistic relationship. Liberty is a dynamic social configuration in which people act as equals: an erotic relationship. In every interaction between people, either Authority or Liberty is the dominant factor. Families, churches, lodges, clubs and corporations are either more authoritarian than libertarian or more libertarian than authoritarian. It becomes obvious as we proceed that the most pugnacious and intolerant form of authority is the State, which even today dares to assume absolutism which the church itself has long ago surrendered and to enforce obedience with the Church's old and shameful Inquisition. Every form of authoritarianism is, however, a small "State," even if it has a membership of only two. Freud's remark to the effect that the delusion of many men is religion can be generalized: The authoritarianism of one man is crime and the authoritarianism of many is State. Benjamin Tucker wrote quite accurately:

Aggression is simply another name for government. Aggression, invasion, government are interchangeable terms. The essence of government is control, or the attempt to control. He who attempts to control another is a governor, an aggressor, an invader; and the nature of such invasion is not changed, whether it be made by one man upon another man, after the manner of the ordinary criminal, or by one man upon all other men, after the manner of an absolute monarch, or by all other men upon one man, after the manner of a modern democracy.

Tucker's use of the word "invasion" is remarkably precise, considering that he wrote more than fifty years before the basic discovery of ethology. Every act of authority is, in fact, an invasion of the psychic and physical territory of another.

Every fact of science was once Damned. Every invention was considered impossible. Every discovery was a nervous shock to some orthodoxy. Every artistic innovation was denounced as fraud and folly. The entire web of culture and "progress," everything on earth that is man-made and not given to us by nature, is the concrete manifestation of some man's refusal to bow to Authority. We would own no more, know no more, and be no more than the first apelike hominids if it were not for the rebellious, the recalcitrant, and the intransigent. As Oscar Wilde truly said, "Disobedience was man's Original Virtue."

The human brain, which loves to read descriptions of itself as the universe's most marvelous organ of perception, is an even more marvelous organ of rejection. The naked facts of our economic game are easily discoverable and undeniable once stated, but conservatives- who are usually individuals who profit every day of their lives from these facts- manage to remain oblivious to them or to see them through a very rose-tinted lens. (Similarly, the revolutionary ignores the total testimony of history about the natural course of revolution, through violence, to chaos, back to the starting point.)

We must remember that thought is abstraction. In Einstein's metaphor, the relationship between a physical fact and our mental reception of that fact is not like the relationship between beef and beef-broth, a simpler extraction and condensation; rather, as Einstein goes on, it is like the relationship between our overcoat and the ticket given us when we check our overcoat. In other words, human perception involves coding even more than crude sensing. The mesh of language, or of mathematics, or of a school of art, or of any system of human abstracting, gives to our mental constructs the structure, not of the original fact, but of the symbol system into which it is coded, just as a map-maker colors a nation purple not because it is purple but because his code demands it. But every code excludes certain things, blurs other things, and overemphasizes still other things. Nijinski's celebrated leap through the window at the climax of 'Le Spectre d'une Rose' is best coded in the ballet notation system used by choreographers; verbal language falters badly in attempting to conveying; painting or sculpture could capture totally the magic of one instant, but one instant only, of it; the physicist's equation, Force = Mass X Acceleration, highlights one aspect of it missed by all these other codes, but loses everything else about it. Every perception is influenced, formed, and structured by habitual coding habits- mental game habits- of the perceiver.

All authority is a function of coding, of game rules. Men have arisen again and again armed with pitchforks to fight armies with cannon; men have also submitted docilely to the weakest and most tottery oppressors. It all depends on the extent to which coding distorts perception and conditions the physical (and mental) reflexes.

It seems at first glance that authority could not exist at all if all men were cowards or if no men were cowards, but flourishes as it does because most men are cowards and some men are thieves. Actually, the inner dynamics of cowardice and submission on the one hand and of heroism and rebellion on the other are seldom consciously realized either by the ruling class or the servile class. Submission is identified not with cowardice but with virtue, rebellion not with heroism but with evil. To the Roman slave-owners, Spartacus was not a hero and the obedient slaves were not cowards; Spartacus was a villain and the obedient slaves were virtuous. The obedient slaves believed this also. The obedient always think of themselves as virtuous rather than cowardly.

If authority implies submission, liberation implies equality; authority exist when one man obeys another, and liberty exists when men do not obey other men. Thus, to say that authority exists is to say that class and caste exis, that submission and inequality exist. To say the liberty exists is to that classlessness exists, to say that brotherhood and equality exist. Authority, by dividing men into classes, creates dichotomy, disruption, hostility, fear, disunion. Liberty, by placing men on an equal footing, creates association, amalgamation, union, security. When the relationships between men are based on authority and coercion, they are driven apart; when based on liberty and non-aggression, they are drawn together. The facts are self-evident and axiomatic. If authoritarianism did not possess the in-built, preprogrammed double-bind structure of a Game Without End, men would long ago have rejected it and embraced libertarianism. The usual pacifist complaint about war, that young men are led to death by old men who sit at home manning beaurocrats' desks and taking no risks themselves, misses the point entirely. Demands that the old should be drafted to fight their own wars, or that the leaders of the warring nations should be sent to the front lines on the first day of battle, etc., are aimed at an assumed "sense of justice" that simply does not exist. To the typical submissive citizen of authoritarian society, it is normal, obvious and "natural" that he should obey older and more dominant males, even at the risk of his life, even against his own kindred, and even in causes that are unjust or absurd.

"The Charge of the Light Brigade"- the story of a group of young males led to their death in a palpably idiotic situation and only because they obeyed a senseless order without stopping to think- has been, and remains, a popular poem, because unthinking obedience by young males to older males is the most highly prized of all conditioned reflexes within human, and hominid, societies.

The mechanism by which authority and submission are implanted in the human mind is coding of perception. That which fits into the code is accepted; all else is Damned to being ignored, brushed aside, unnoticed, and- if these fail- it is Damned to being forgotten. A worse form of Damnation is reserved for those things which cannot be ignored. These are daubed with the brain's projected prejudices until, encrusted beyond recognition, they are capable of being fitted into the system, classified, card-indexed, buried. This is what happens to every Damned Thing which is too prickly and sticky to be excommunicated entirely. As Josiah Warren remarked, "It is dangerous to understand new things too quickly." Almost always, we have not understood them. We have murdered them and mummified their corpses.

A monopoly on the means of communication may define a ruling elite more precisely than the celebrated Marxian formula of "monopoly in the means of production." Since man extends his nervous system though channels of communication like the written word, the telephone, radio, etc., he who controls these media controls part of the nervous system of every member of society. The contents of these media become part of the contents of every individual's brain. Thus in preliterate societies taboos on spoken word are more numerous and more Draconic than at any more complex level of social organisation. With the invention of written speech -- hieroglyphic, ideographic, or alphabetical -- the taboos are shifted to this medium; there is less concern with what people say and more concern with what people write. (Some of the fist societies to achieve literacy, such as Egypt and the Mayan culture of ancient Mexico, evidentially kept a knowledge of hieroglyphs a religious secret which only the higher orders of the priestly and royal families were allowed to share.) The same process repeats endlessly: Each step forward in the technology of communication is more heavily tabooed than the earlier steps. Thus, in America today (post-Lenny Bruce), one seldom hears of convictions for spoken blasphemy or obscenity; prosecution of books still continues, but higher courts increasingly interpret the laws in a liberal fashion, and most writer feel fairly confident that they can publish virtually anything; movies are growing almost as decentralised as books, although the fight is still heated in this area; television, the newest medium, remains encased in neolithic taboo. (When the TV pundits committed le`se majeste after an address by the then Dominant Male, a certain Richard Nixon, one of his lieutenants quickly informed them they had over stepped, and the whole tribe -- except for the dissident minority -- cheered for the reassertion of tradition.) When a more efficient medium arrives, the taboos on television will decrease.