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Pensieri sulla morale dei costumi

di GiorgioAntonucci

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Pensieri sulla morale dei costumi


di Giorgio Antonucci, tratto da " il Telefono Viola - contro i metodi della psichiatria"

 


Pare opportuno domandarsi cosa significa saggezza Solamente

dopo si potrà legittimamente riflettere, se necessario, sui concetti e

sui problemi della follia, per arrivare, infine, a discutere della pre- senza sociale degli psichiatri, con le loro specifiche domine e i lom

particolati metodi di intervento.

Di regola si dà per scontato, come fosse un dogma religioso, che

vi sono persone sagge e altre no, e si dà pure per scontato che la

sapienza medica possa distinguere le prime dalle seconde, per altro

con decisioni molto estemporanee e veloci, e con provvedimenti

drastici pieni di preoccupanti e durature conseguenze. Anzi, l'inter- vento del parere dello psichiatra pregiudica in ogni caso il futuro del

suo paziente e non certo in modo utile e vantaggioso. Ognuno sem- bra più o meno disponibile a lasciare agli specialisti la custodia della

propria ipotetica saggezza, e pare autorizzare di buon grado un

potenziale controllo rigoroso del proprio pensiero e del proprio com- portamento d'interno della dottrina sociale dei costumi.

La distinzione tra saggezza e non saggezza riguarda ogni
momento della vita dell'uomo, dal grembo materno fino alla morte,

e coivolge la vita sociale in tutti i suoi aspetti, condizionando anche i

tribunali e l'applicazione della legge, per la possibilità del cittadino

di essere considerato capace o non capace di intendere e di volere e

di conseguenza responsabile o no di fronte ai reati. insomma l'intera

struttura sociale è condizionata dal pensiero psichiatrico e attraversa- ta daile sue conseguenze.

Secondo la scienza ufficiale il cervello sarebbe sano solo se e

quando rispetta i costumi e le convenzioni della tradizione di ogni

società costituita e specificamente organizzata. E ogni differenza -

anche solo di modo di sentire - sarebbe effetto fastidioso e preoccu- pante di intrinseca disfunzione organica o psicologica del cervello. I1

controllo e la coercizione che ne viene su ognuno di noi è più sottile

e efficace di qualunque possibilità diversa si voglia per ipotesi

immaginare.

Ma per tornare al problema che-ci siamo posti, che cosa vuol dire

e che cosa significa saggezza? E un problema filosofico, etico,

moralistico, politico o semplicemente pratico? O vi sono implicati

tutti i problemi del pensiero e della convivenza? E come nasce il

concetto di follia?

Si deve dire prima di tutto che la ricchezza dell'inventiva umana

e la varietà delle esperienze individuali sono origine di molti orienta-

menti più o meno differenti che rendono inevitabilmente complicata
ogni convivenza tra gli uomini, in qualunque epoca si voglia consi- derare, e in qualsiasi tipo di società. Infinite sono le possibilità di

morali e di usanze senza che nessuna scelta o costume abbia un fon- damento privilegiato. Scriveva Nietzsche che vi sonQ molte specie

di occhi, dunque molte specie di verità. D'altro lato, il desiderio di

regolarità ordine e sicurezza portano con sé la volontà di racchiudere

la vita sociale in forme rigorose che poi si cerca di far rispettare con

ogni mezzo e per questo si tenta di dar loro un fondamento assoluto

filosofico o religioso che dovrebbe essere vincolante per tutti.

La paura dell'incertezza e la voglia di ordine danno origine a

ogni tipo di ferocia e può darsi anche che siano tra le ragioni princi- pali di repressione e tra i primi motivi di fanatismo e di guerra.

Questo essere sospesi nel vuoto e affidati al caso è pertanto inizio di

ogni malevolènza e perfidia, come annota Giacomo Leopardi nella

Stona del genere umano quando con un concetto opposto a quello

biblico della Genesi viene scrivendo che «s'ingannano a ogni modo

coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana

dall'iniquità e dalle cose commesse contro gli Dei; ma per lo contra- rio non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che daile
loro calamità». Ma la nostra principale calamità è proprio l'essere

affidati al non senso e all'imprevisto e dovere costruire i significati

volta per volta in un universo senza riferimenti. Così i riferimenti

sociali vengono imposti con la forza e mantenuti con la repressione

amivando a tutti gli orrori e a tutte le crudeltà che la storia ci viene

raccontando in tutte le cronache e in ogni memoria.

il caso in cui siamo immersi e a cui ci rivoltiamo è quello che

Niccolò Machiaveiii chiama nelle sue rifiessioni filosofiche e politi- che la fortuna che fa da contrappunto alla virtù in modo per ogni

verso imprevedibile e bizzanu. Scrive Machiavelli ne Il Principe:

«Perché gli uomini offendono o per paura o per odio». E forse anche

l'odio è un effetto della paura legata al non senso dell'esistere e

ali'impossibilità di riferimenti sicuri. O comunque questa instabilità

metafisica è molto influente e sempre viva e operante nella psicolo-

gia di ciascuno.

Micidiale del resto fin dai tempi più antichi il concetto di scon-

giurare la propria morte o la propria sventura attraverso la sventura o

la morte degli altri. Come testimonia i1 concetto di sacrificio propi-

ziatorio sia degli uomini sia degli animali parimenti al concetto di

capro espiatorio profondamente radicato in ogni cultura conosciuta

al di là delle molteplici differenze. E come rende l'idea la concezio- ne della ricchezza come dono divino e del male e della malattia

come punizione per le colpe e espiazione dei torti, che spiega la

mescolanza tra pietà odio e persecuzione sia per chi sembra diverge- re dalla moralità dei costumi, sia per chi vive nel dolore e nella sfor-

tuna.

Anche la reincarnazione di antiche filosofie indiane e del buddi-

smo porta la traccia di questo moralismo vendicativo che considera

la sventura come colpa e il privilegio come merito o addirittura dirit-

to naturaie legittimato in senso metafisico.

Insomma, il genere umano trae dalla propria instabilità motivi di

odio per il prossimo e di persecuzione per gli sfominati e anche pro-

cedimenti di accusa e di distruzione per gli innovatori di ogni genere

e di ogni attività o disciplina, sia morale, sia scientifica o filosofica,

sia pratica o artistica.

Solo Giacomo Leopardi ne La ginestra o il fiore del deserto

indica la solidarietà nella sventura invece che nell'amore metafisico,

già vedendo l'universo come puro divenire indifferente e caos privo

di modelli e senza principi antropologici. Da cui il silenzio della

luna e la quiete assoluta dell'infinito e la purezza virginea della

morte come poetica condizione interiore e chiara serenità filosofica

al di fuori della ferocia e al di là e al di sopra di ogni genere di fana- tismo e di ogni sorta di sentire dogmatico e autoritario
Ma già nel linguaggio di ogni giorno come in quello della filoso- fia si parla continuamente di ragione e non ragione, razionale e irra-
zionale, come se i due termini fossero distinti e definiti, e come se

fosse scontato che c'è una ragione universale, un punto di riferimen- to di valutazione e di giudizio collettivo, a cui tutti dovrebbero atte-

nersi per meritare la qualifica di saggi o assennati o capaci di inten- dere e di volere, come dicono i giuristi e gli psichiatri, i quali si pren- dono il compito arduo e discutibile di distinguere tra chi sarebbe e

chi non sarebbe responsabile delle proprie decisioni, delle proprie

scelte, del proprio agire, e delle proprie possibili o reali divergenze

con la legge.

ii pregiudizio che c'è una ragione universale vincolante per tutti

si è consolidato col dogmatismo illuminista e con il terrore della

rivoluzione francese attraverso l'uso razionale della ghigliottina,

nuovo strumento scientifico per la pena capitale. Poi si è raffomo

con le superstizioni filosofiche dei positivisti. Così la sciagura del

dogmatismo laico si è aggiunta alla sventura della dogrnatica reli- giosa che già aveva fatto vittime da secoli e che avrebbe continuato

a fame ancora, a seconda dei casi, in antagonismo o collaborazione

con le nuove ideologie, più o meno mascherate di formalità di gene- re pseudo-scientifico. Ed ecco che chi non si sottomette alle regole

imposte dall'alto viene giudicato un fenomeno innaturale oppure, in

termini di intervento e trattamento medico, un caso diciamo così non

perfettamente fisiologico.

Sia il potere di Hitler sia quello di Stalin sono stati un insieme di

rnisticismo e di scientismo, e gli altri poteri per imporre la loro verità

li imitano più o meno fedelmente, ricalcandone la natura fondarnen-

tale e riproponendone sempre di nuovo e sempre da capo metodi e

violenze. E perfezionando il concetto che si deve essere tutti uguali

passivi e intercarnbiabili come le ruote di un meccanismo di fabbri-

ca o le unità di un computer da ufficio. Pena la repressione più dura

O la psicoterapia.

Ora il problema essenziale è come si può evitare di divenire fun- zioni di una serie di sistemi assurdi senza fini, se non quelli di pro- vocare in qualche modo l'estinzione della specie, almeno come spe- cie composta da individui creativi. Perché può verificarsi I'estinzio-

ne fisica oppure quella morale. Per cui nel futuro si direbbe: un gior- no ormai antico gli uomini e le donne erano capaci di poesia e si

dice che sapessero cantare e danzassero nei giorni di festa.

È certo che l'incapacità di affrontare in modo positivo il mondo

della creatività degli uomini, che poi è un proseguimento della crea- tività dell'universo, è sempre stata notevole in tutte le civiltà orga- nizzate che conosciamo dagli antichi Sumeri, Ittiti, Persiani, Egizi,

Cinesi, Indiani fino ad ora, ormai alla fine del ventesimo secolo, alle

soglie del villaggio globale. Si tratta veramente di un problema che

riguarda tutti i popoli e tutte le epoche. Però, negli ultimi secoli della

nostra cultura la repressione è divenuta più efficiente e sistematica

sia per motivi di [email protected] sviluppo culturale sia per motivi di svi- luppo tecnologico. E l'epoca della psicologia come stnimento di

potere. Così è più difficile sfuggire sia ai sofismi della cultura sia a

mezzi pratici di controllo e di programmazione del consenso fomto

e della sottomissione coatta.

Non bisogna mai dimenticare che l'internamento di tipo psichia-

trico è stato e continua a essere il modello culturale di tutte le altre

forme di internamento di cui il nostro secolo è così prodigo. I nazisti

cominciarono il loro viaggio verso lo sterminio di milioni di persone

con proposte di eutanasia per internati in manicomi e in cliniche psichiatriche. Furono poi paladini di esperimenti inutili su cavie umane,

ma questo succede ancora con i medici di ospedale civile e gli specialisti delle cliniche psichiatriche sia nei servizi pubblici sia nei ser- vizi privati sia nei centri territoriali sia nelle università, d'accordo
con i produttori di farmaci e con i fabbricanti di altri strumenti di

intervento demolitivo.

Le prodezze degli psichiatri attuali in questo campo sono descrit- te bene da Roberto Cestari nel suo ottimo libro L'inganno psichiatn-

co. Roberto Cestari è sempre preciso e ben documentato, anche a

livello di questioni internazionali. Interessante è la testimonianza

delle gesta dello psichiatra Jovan Rastovic nell'attuale conflitto tra

serbi e croati che appare come la conferma dei contenuti reali di un

certo tipo di cultura.

A proposito dell'analisi storica di questo problema si legge in

Michel Foucault, all'inizio del capitolo Il mondo correzionario della

sua Storia della follia nell'età classica, che «dall'altra parte delle

mura dell'internamento, non si trovano solo la povertà e la follia, ma

dei volti assai più variati e delle sagome di cui non sempre è facile

riconoscere la comune statura>>. «E chiaro - continua Foucault - che

l'internamento, nelle sue forme primitive, ha funzionato come un

meccanismo sociale, e che questo meccanismo ha agito su una

vastissima superficie, perché si è esteso dai regolamenti mercantili

elementari al gran sogno borghese di un ordinamento pubblico in

cui regnasse la sintesi autoritaria della natura e della virtù. Da questo

a supporre che il significato dell'internamento si esaurisca in

un'oscura finalità sociale che permette al gruppo di eliminare gli ele- menti che gli sono eterogenei o nocivi, non c'è che un passo».

E singolare il fatto che Foucault non ne deduca che i concetti di foilia e quelli di malattia mentale non sono niente di più che forme

convenzionali - e vuote di contenuto di pensiero - utili a dare una

apparenza logica e una giustificazione morale agli internamenti

coatti e agli altri provvedimenti fisicamente e psicologicamente

distruttivi costantemente praticati dai medici e dagli psichiatri a tute-

la dell'intolleranza dei costumi e dell'ordine sociale autoritario

nemico della creatività degli individui.

Scrive con molta proprietà Arthur Schopenhauer negli aforisrni

su La saggezza della vita che chi deve vivere tra gli uomini non può

assolutamente respingere nessun tipo di individualità e aggiunge che

se si condanna in blocco un altro essere a quest'ultimo non resta

altro, se può, che combattere in noi un nemico mortale, perché noi

abbiamo deciso di concedergli il diritto di esistere soltanto a condi- zione che egli divenga un altro da se stesso. Schopenhauer parla in

generale, senza riferirsi ai problemi di cui ci occupiamo, in un perio- do in cui il meccanicismo deterministico influisce anche sulla filoso- fia dell'uomo e domina inoltre la biologia e le conoscenze che

riguardano gli esseri viventi; però il suo discorso è in ogni caso

molto pertinente perché nasce dalla conoscenza diretta dei rapporti

psicologici tra gli individui in una società difficile e in un mondo

spietato e progressivamente sempre più anonimo e sempre più diret- to alla trasformazione degli uomini in funzioni.

il mondo attuale dei test psicologici e dei computer è molto più

tragico di quello che lui conosceva.

«Ora la morale - scrive Fnedrich Nietzsche nell'aforisma 55 rac- colto ne La volontà di potenza - ha protetto dalla disperazione, dal

salto nel nulla la vita di uomini e ceti che erano violentati e oppressi

da altri uomini; infatti l'impotenza di fronte agli uomini, non già

I'impotenza di fronte alla natura, genera la più disperata amarezza

nei confronti dell'esistenza». E ora l'impotenza dell'individuo crea-

tivo di fronte agli strumenti di persuasione e oppressione del potere

politico, organizzato con tecnologie ogni volta più sofisticate, ha

raggiunto livelli senza precedenti. D'altra parte, il potere politico è a

sua volta sottoposto a funzioni economiche disumane ormai difficil-

meyte controllabili.

E in questo ambito che è stato possibile concepire e tentare di

realizzare il controllo psicologico dei costumi, anche senza il biso- gno dei manicomi, con strumenti apparentemente meno violenti e

disumani ma sostanzialmente più sottili ed efficaci e più opportuni

per un intervento capillare sui pensieri e sui comportamenti delle vit- time da soggiogare e sottomettere. E l'accentramento delle ricchezze e del potere - con l'addestramento di eserciti anonimi di cittadini- funzione - rende la comunicazione umana reale sempre più rara e inutile, con l'esplosione sempre più frequente di ferocie e nefandez-

ze sia personali sia collettive sia programmate dalle burocrazie stata-

li o da altre burocrazie organizzate come ad esempio la mafia o la

camorra.

Così si rendono utili gli uomini-funzione. Sono mezzi uomini

con gli occhi attaccati al televisore - trascurati con se stessi e spietati

con gli altri per ragioni di fallimento personale e per motivi di passi- va subordinazione ai costumi - che rimangono sottoposti e fedeli

anche nel caso che diventino per avventura trasgressori.

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sma già citato - come sintomo del fatto che i falliti non hanno più

alcuna consolazione: che distruggono per essere distrutti e, sciolti

dalla morale, non hanno più alcuna ragione di moderarsi; che si met- tono sul terreno del principio opposto e anche da parte loro vogliono

potenza, obbligando i potenti a essere i loro carnefici. Una specie di

buddismo d'europea, l'agire negando, dopo che tutta l'esistenza ha

perduto il suo senso».

Così troviamo da ogni parte i serial-killer che una volta identifi- cati e arrestati - in procinto di presentarsi all'ergastolo o al patibolo - dichiarano che se fossero liberati e rilasciati ucciderebbero di

nuovo per loro necessità psicologica o esistenziale e aggiungono da

buoni cittadini rispettosi delle autorità e dello Stato che la pena capi- tale è giusta e adeguata per difendersi da tipi come loro e per mante-

nere il perbenismo sociale. Così troviamo le sette religiose o politi-

che che asfissiano i viaggiatori della metropolitana imitando i

modelli distruttivi e terroristici inventati dalla scienza ufficiale per

uso delie politiche di Stato.

Infatti in una cultura come la nostra l'omicidio e l'eccidio sono

una forma usuale banale e arida di piatta adesione ai valori della

società - come ordine costituito basato suil'esercizio metodico della

violenza e come sistema organizzato sulle virtù principali della

sopraffazione e deil'odio. Come scrive Foucault: «la sintesi autorita- ria della natura e della virtù è il sogno della società borghese». Ma la

vhtù borghese è legata al moralismo, che è la sottomissione ai costu- mi tipica di Adolf Eichmam o di Rudolf Hoss e soffoca l'etica che è

il patrimonio di uomini come Gandhi o Albert Schweitzer e che

vive nella poesia dantesca nell'esempio di Catone uticense.