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Il mondo contemporaneo ha impiegato alcuni decenni per dimostrarsi all'altezza delle atrocità che William Seward Burroughs gli rimproverava sin dagli anni cinquanta: micidiali e selettive epidemie virali, controllo mediatico sugli individui, persuasioni occulte a fini destabilizzanti... Insomma, finalmente anche noi, come il dottor Benway de II pasto nudo e l'ispettore Lee della Polizia Nova, possiamo abitare in un mondo in cui "Niente è vero, tutto è permesso". Non è un caso, dunque, se la fantascienza più adulta e consapevole — dalla New Wave degli anni sessanta all'odierno Cyberpunk — ha sempre guardato a Burroughs come a una sorta di primum movens dell'utopia negativa. La relazione era, del resto, biunivoca: Burroughs, accanto alle frequentazioni beat di Kerouac e Ginsberg, non esitava a immettere nelle sue opere massicce quantità di materiale prelevato di peso dai pulp-magazines. L' imaginerie fantascientifica, fatta di mostri dagli occhi d'insetto, complotti intergalattici e scienziati pazzi, si lasciava plasmare egregiamente nelle lucide e feroci visioni d'apocalisse dell'autore di Nova Express. Le stesse "Realtà Virtuali", ormai appartenenti alla vulgata dell'immaginario tecnologico, hanno un folgorante e irripetibile prototipo nella Dreamachine messa a punto da Burroughs e dall'artista e scrittore Brion Gysin: un congegno di luci e dischi rotatori capaci di modificare i ritmi di percezione cerebrale. Un'ottima introduzione a Burroughs e Gysin è la versione italiana del numero monografico della rivista americana "Re/search" (una vera "bibbia dell'Underground") a loro dedicato. Con la serietà filologica e il rigore politico che la contraddistinguono ormai da una decina d'anni, la Shake di Milano ha proposto una versione aggiornata di quel numero: purtroppo vengono lasciati in ombra i rapporti tentacolari tra Burroughs, Gysin e la science-fiction, ma chi avesse bisogno di chiarirsi le idee sul concetto di "Anti-utopia" può leggere in quel volume l'istruttivo Nuovo manuale delle Giovani Marmotte, in cui Burroughs rivede e corregge il prontuario del perfetto boy-scout a uso delle giovani generazioni di Ragazzi Selvaggi. Tra gli scrittori di fantascienza, l'inglese James Graham Ballard fu uno dei primi, e senz'altro il più fervente, tra gli ammiratori di Burroughs. Siccome le buone notizie, almeno qualche volta, viaggiano in coppia, la stessa Shake ha tradotto, con importanti e godibili aggiornamenti, anche il numero di "Re/search" dedicato a Ballard. Il volume è probabilmente la miglior introduzione possibile all'autore de La mostra delle atrocità: contiene infatti interviste, fiction (poca, a dir la verità) e, soprattuttto, una straordinaria selezione di saggi e recensioni che esemplificano la complessità dello spettro culturale di Ballard: dal surrealismo alla medicina legale, passando per la psicoanalisi, la fotografia e, last but not least, la fantascienza. Ballard è stato il primo a postulare la stretta connessione tra i picchi dello sviluppo tecnologico e la profondità della psiche umana: si tratta di una lezione quanto mai attuale e feconda, anche per la generazione cyber-punk. Era stato del resto lo stesso Ballard a predire, ancora nel 1971, che soltanto la fantascienza poteva fornire allo scrittore utili coordinate per un'analisi accurata e lucida del mondo che ci circonda: "Anche la peggior fantascienza è migliore della miglior letteratura convenzionale. Il futuro è una chiave d'accesso al presente più efficace del passato". Soltanto una letteratura che ha fatto della tecnologia e delle sue manipolazioni il proprio èpos, in altre parole, sembra in grado di cogliere tutte le sfumature di un'epoca come la nostra, in cui, come aveva profetizzato il compianto Guy Débord, "Tutto ciò che viene vissuto direttamente è già diventato una sua rappresentazione". Ecco allora che, forti della lezione di Burroughs e di quella di Ballard, gli scrittori cyberpunk possono mettere in scena il presente cogliendone le tracce di futuro, amplificandole fino a distorcerle, come accordi di chitarra in una canzone punk-rock. Non deve sembrare fuori luogo 0 riferimento alla musica punk: il senso del suffisso che accompagna la radice (fanta)scientifica cyber- si chiarisce nelle parole di William Gibson, autore di Neuromante, il primo romanzo della corrente cyberpunk: "Le mie influenze derivano più dalla pop-music che dalla letteratura. Non a caso abbiamo tentato di creare nella SF quello che il punk ha rappresentato per la musica rock, cioè una fase totalmente nuova". Neuromante mette in scena onnipotenti multinazionali e pirati della tecnocrazia, teppisti delle autostrade informatiche e cow-boys delle banche dati: un grande cut-up che funziona come un joyciano "stream of consciousness" per la fase terminale del XX secolo. Ma Neuromante non fu soltanto un'intuizione fortunata e felice: la scrittura di Gibson, asciutta e nervosa, dimostrava grandi qualità già nei primi racconti, che si possono leggere nell'antologia La notte che bruciammo Chrome altrettanto riuscito è l'ultimo Luce virtuale, che si snoda nella Los Angeles del 2005, dopo il big one e dopo il vaccino anti-Aids, e aggiunge il grande pregio di saper reinventare in modo convincente la gloriosa tradizione della scuola hard-boiled: un Raymond Chandler amfetaminico e tecnologico, i cui personaggi maneggiano computer e realtà virtuali come Philip Marlowe impugnava i revolver e Jimi Hendrix la chitarra elettrica. È proprio questo atteggiamento verso la tecnologia che rappresenta, insieme all'attenzione per la cultura underground, la massima innovazione del Cyberpunk nei confronti della fantascienza tradizionale: è un approccio "di strada", spogliato di ogni sacralità, improntato a una sorta di anarchico "do-it-yourself" che nulla ha a che spartire con le "magnifiche sorti e progressive" alle quali la fantascienza ci aveva abituato. Per dirla, ancora una vita, con Gibson: "Ora, una definizione di Cyberpunk da dizionario sarebbe qualcosa del tipo 'underground con il computer'. È la prima volta che l'underground lo possiede. Credo che gli anni sessanta sarebbero stati molto differenti se noi hippies avessimo avuto a disposizione dei Pc". Se Gibson è stato il dirompente iniziatore del Cyberpunk, Bruce Sterling ne è senz'altro il più influente teorico. Più che i suoi racconti (tradotti di recente in due antologie da Phoenix e Mondadori) è importante la sua opera di critico e saggista. Chi volesse una riprova della giustezza della frase di Ballard citata poca fa, legga Giro di vite contro gli hacker, inquietante resoconto delle politiche repressive messe in atto negli Stati Uniti per contrastare quella che è ormai, a tutti gli effetti, una pratica politica: il libero accesso e scambio delle informazioni via computer. Ma sull'aspetto politico del Cyberpunk sono indispensabili anche altri testi della Shake, come il seminale Cyberpunk. Antologia di testi politici (1990) e la rivista "Decoder". Tutto ciò che viene raccontato in queste ultime opere è rigorosamente vero, ma talvolta sembra di trovarsi tra le pagine di Mirrorshades, il più importante frutto dell'attività editoriale di Sterling. Si tratta di un'antologia da lui voluta e coordinata, nella quale sfilano, oltre a Gibson e allo stesso Sterling, molti altri scrittori meno conosciuti ma spesso di grande valore. Mirrorshades dà un'ottima misura delle diverse componenti della nuova fantascienza: si scopre così che, accanto ai temi cari alla cultura underground (droghe, musica rock, biotecnologie...) gli scrittori cyber-punk sanno anche divertirsi con gli espedienti classici della cara, vecchia fantascienza: si legga lo scatenato Mozart con gli occhiali a specchio, di Sterling e Lewis Shiner, un esilarante racconto di viaggi nel tempo in cui il giovane Mozart fugge da Salisburgo, dalla morte precoce e dalla Sinfonia n. 40 urlando: "Non voglio morire in questo immondezzaio! Voglio le macchine e lo studio di registrazione!" Irrinunciabile complemento a Mirrorshades sono altre due antologie, questa volta assemblate in Italia. Daniele Brolli ha curai» Cavalieri elettrici, una rassegna di racconti che documentano lo stato della nuova fantascienza dopo la grande ondata del primo cyber-punk: una sorta di Mirrorshades dieci anni dopo. Anche qui il valore dei singoli racconti è decisamente alto, come quello dell'intero progetto. Più discontinua, invece, la qualità letteraria di Cyberpunk, curato da Piergiorgio Nicolazzini, che ha però dalla sua il pregio della completezza: in settecento pagine vediamo brillare gemme quali i racconti di Paul De Filippo e la strampalata epopea di surf e matematica frattale di Rudy Rucker e Mark Laidlaw (tutti e tre presenti anche nelle due precedenti antologie). De Filippo, in particolare, con la sua incandescente e crudele fusione di anatomia e science-fiction radicale, pare uno degli autori meglio equipaggiati per rendere conto della fine del millennio, dimostrando, casomai ce ne fosse bisogno, l'attualità delle parole di un grande ispiratore del Cyberpunk, del quale si è finora taciuto. Parliamo di Philip Kindred Dick, che nel 1980 ribadiva una fondamentale verità, troppo spesso dimenticata da critici e scrittori di science-fiction: "...la fantascienza è una forma d'arte ribelle, e ha bisogno di scrittori e lettori con cattive inclinazioni, come per esempio quella di chiedere sempre Perché?, o Come mai?, o Chi l'ha detto?"